lunedì 25 giugno 2018

Il telefonino sicuro? Ma non fateci ridere...!

Una volta "Apple" era il prodotto di nicchia il cui slogan era "Just Works", che significa: «insomma, funziona». Lo si comprava per avere qualcosa di alternativo alla massa, lo si sceglieva per le sue particolari caratteristiche software e hardware, e anche per lo strano design.

Oggi "Apple" è il prodotto di massa, uguale a tutti gli altri prodotti di massa tranne per il marchietto della mela. Talmente di massa che ce l'hanno tutti quelli che possono sborsare i (molti) soldi per comprarlo. Perfino i bambini vogliono Lài Fòun, senza sapere cos'è, solo perché ce l'hanno tutti - adulti, amici di scuola, personaggi televisivi... E quindi vai con Lài Pàdd per i giochini, Lài Mècch per navigare da fighetto, Lài Orològgio perché non ti vuoi far mancare niente, devi far capire a tutti che sei massificato pure tu, e anche più massificato di loro. (Si guadagnano bei soldi a vendere prodotti che servono solo a dichiarare: "ehi! anch'io sono omologato alla massa").

Ma un prodotto di massa, essendo di massa, non dovrebbe vantare caratteristiche di nicchia o addirittura sostitutive del buon senso, pena epiche figuracce mondiali. Per esempio la sicurezza, la privacy, non sono un prodotto ma un servizio, poiché richiedono un utente intelligente e metodico. E sono un servizio di nicchia perché chi vuole accontentare la massa deve necessariamente scendere a compromessi (e si ritroverà comunque cento milioni di occhi a scrutare, analizzare, verificare le soluzioni tecniche utilizzate).

Esempio: il telefonino Apple vanta "sicurezza" che finora non ha mai avuto - infatti non passa settimana senza nuove notizie di bug, vulnerabilità, falle, errori madornali. Pensate alla Guerra dei Cent'Anni contro il Jailbreak. Pensate a tutte quelle volte in cui si scopre che un caratterino Unicode manda in crash il telefonino. Pensate al Grande Mercato dei device per sbloccare l'iPhone. Pensate a tutte le patacche allegramente circolate nell'App  Store. Pensate all'Antennagate, quando il solo impugnare Lài Fòun significava far cadere il segnale. Pensate a tutte le volte che qualcuno scopriva che la geolocalizzazioni e cronologia GPS venivano segretamente inviate ai server Apple (le prime volte addirittura in chiaro), e Apple si giustificava dicendo "oh, ma era solo un piccolo errorino insignificante che correggeremo molto presto...". Pensate alla sveglia che andava in tilt ogni anno nella notte in cui cambiava l'ora legale. Pensate alla megafiguraccia mondiale di AppleMaps fatto rubando le mappe di OpenStreetMap (quante altre volte la Apple ha copiato e incollato materiale altrui senza minimamente controllarlo?). Pensate a tutte le volte che Apple da remoto vi rallenta il telefonino per non far schiattare precocemente la squallida batteria cinesina (o a dare "Error 53" perché ve l'ha sostituita uno che non lavora nell'Apple Store).

Il vero criminale™ non usa prodotti Apple. A meno che non sia talmente drogato e allucinato da credere alle favolette come quella dei vari contenziosi tra l'FBI e la Apple che non vuol concedere una Backdoor per sbloccare i telefonini sequestrati durante l'arresto o le indagini.

Come riportato recentemente perfino dal New York Times, mentre imperversava per l'ennesima volta quel ridicolo dibattito, l'FBI aveva già comprato dai soliti hackerzzzz un aggeggio Sblocca-Aifoun che faceva leva su uno dei madornali bug di sistema Apple. Anni dopo la Apple finalmente si decide a correggere il bug (segno che l'FBI ha già compratao qualche Nuovo Hackerzzzzzz SbloccDispositiv Aifoun).

Per un criminale, un telefonino di marca sconosciuta da 30 euro è più sicuro: neppure l'FBI ha gli strumenti per sbloccare qualsiasi telefonino di qualsiasi marca di qualsiasi epoca con qualsiasi versione di sistema operativo.


Nota:
) la privacy è indispensabile anche a chi "non ha fatto nulla di male", poiché nessuno può essere certo che tra i propri contatti non ci sia qualcuno che abbia fatto qualcosa di male (immaginate il vostro nome nel faldone di un'azione antiterrorismo, solo perché il vecchio numero di telefono di un amico è ora diventato il numero di un amico del terrorista: essere innocenti non fa scansare la rogna di una lunga azione legale necessaria a dimostrare che siete innocenti). Se volete un minimo di privacy, state alla larga dai prodotti Apple.

venerdì 8 giugno 2018

"La batteria si gonfia e spacca lo schermo"

Se scegliete un qualsiasi prodotto Apple lo cercate su Google aggiungendo le parole chiave battery problem... troverete una folla di persone che si lamentano del problema e che hanno intentato causa ad Apple perché sono stufi di sentirsi ripetere che la questione non è coperta da garanzia.

Ora è il turno degli Apple Watch che dalla prima versione fino ad oggi hanno sempre avuto il problema delle batterie che si gonfiano e che staccano o spaccano lo schermo.

Il resto è sul solito The Register, che da anni sta sulla lista nera dei PR Apple.

venerdì 4 maggio 2018

Caterina Cotone, chi è costei?

Ricordate la temibile e perfida cattivona del film Il diavolo veste Prada? Alla Apple ne avevano una ben peggiore, la numero due di Steve Jobs, incaricata di Pubbliche Relazioni, per quasi vent'anni, fino al 2014.

In un articolo originariamente apparso su CNN Money e in poche ore fatto sparire e sostituito da uno più ammorbidito, l'autore censurato aveva osato scrivere:
Miguel Helft la descriveva come "gentile ma raramente utile".
"Era sempre fredda e distante. E si lamentava coi miei capi editori che io non sembravo amare i prodotti Apple almeno quanto lei sperava che io li amassi. Tentammo di spiegarle che amare i prodotti Apple non faceva parte della descrizione del mio lavoro, ma lei non lo capì mai".

Il fatto che la Cotone sia sopravvissuta tanto a l ungo lavorando per un cliente difficile come Steve Jobs è praticamente un miracolo. La spiegazione ufficiale è che lei sta lasciando [il suo lavoro di PR in Apple] per dedicarsi di più alla famiglia. E nel suo caso - madre di due gemelli - potrebbe esserci del vero. Ma è anche vero che la descrizione del suo lavoro cambiò appena morì Steva Jobs.
Perfino J. Gruber, lo sfegatatissimo Apple fanboi citato nel secondo articolo, aveva osato accennare a tale "madre adottiva di Apple" ricordando un superbamente allucinante momento avvenuto in una delle cerimonie religiose Apple (il Keynote in cui vengono invitati solo selezionatissimi giornalisti):
Mi ero appena seduto e Caterina Cotone, nella seconda fila, mi sorrise e mi salutò: "Ciao, John, sono contenta che ci sei. Come va col raffreddore?"

Mi sentivo bene, il raffreddore era poco più che un ricordo a quel punto, e così le dissi. Ma mi ritrovai a chiederle, ridendo: "Come diavolo sapevi che avevo il raffreddore?"

Prima che potessi rispondere, G. Joswiak, seduto direttamente davanti a me, si gira e mi dice: "John, Caterina sa tutto".
Il resto dell'articolo è su ValleyWag.

venerdì 27 aprile 2018

Per carità, non usate la barra spaziatrice!

Se compri un Apple Macbook Pro e intendi usarlo (per lavoro o per svago)... non usare la barra spaziatrice, e magari neppure gli altri tasti! Il "geniale" marchingegno butterfly dei tasti si rompe troppo facilmente. Finché è in garanzia, la sostituzione te la fanno gratis, ma appena scade la garanzia la sostituzione costa $700 ("un'estorsione", dicono su The Register).

Esempio:
Oggi è la terza volta in un anno che la Apple mi ha manutenzionato il Macbook Pro 2016 riparandomi la tastiera. La barra spaziatrice resta incastrata, alcuni tasti a caso non rispondono... succede sempre dopo un mese o due di utilizzo. Ma succede soprattutto con la barra spaziatrice, l'intro e il backspace.

In tali casi la Apple sostituisce il "top case", dunque anche la batteria (che stavolta [era poco usata perché] aveva solo 36 cicli [di carica/scarica]), e lo fanno senza fare domande. Devi solo andare da loro e parlargli. Davvero, non fanno domande.

La Apple si accorgerà mai che il meccanismo butterfly è difettoso? Cominceranno mai a rimpiazzarlo? Cosa dovrei fare? Ho speso 2300€ per questo computer e la versione nuova costa 2800€.

Opzione A: portarlo alla Apple ogni 4 mesi? Opzione B: venderlo e passare la palla alla prossima vittima?
 Perciò quando chiedono un consiglio su quale Apple comprare, il dialogo avviene così:
  • "Secondo te quale Macbook dovrei comprare?"
  • "Aspetta... a cosa ti serve un Apple?"
  • "Lo vorrei usare per..."
  • "USARE? allora NON COMPRARLO!"

martedì 20 marzo 2018

Scegli: o privacy, o iPhone


Tutta la famosa sicurezza dell'iPhone non serve a niente: basta aver soldi per comprare servizi di "sblocco iPhone" da aziende israeliane, che usano probabilmente qualche vulnerabilità "zero-day" (Hackaday).

I dipartimenti di polizia, per soli quindicimila dollari (sconto 66% se lo limiti a 30 utilizzi), possono comprare un aggeggio che sblocca l'iPhone in un tempo variabile da due ore a qualche giorno (altra vulnerabilità "zero-day", evidentemente), ma l'aggeggio (nella foto) sarà più utile ai ladri di iPhone che ora possono usarlo per rivendere comodamente gli iPhone rubati (Zdnet).

La TIM vende l'iPhone X 256Gb a soli milletrecentosessantanove euro, quindi basta rubarne e rivenderne meno di una decina per andare a pareggio del bilancio. Però rubarli nuovi è difficile: contrariamente alle previsioni Apple, i fanboi non stanno facendo l'upgrade all'iPhone X perché... costa troppo! (TheRegister)

martedì 13 febbraio 2018

Native Advertising

Oggi parliamo di un fenomeno, quello del “Native Advertising”, che e’ di fatto una delle forme di pubblicita’ occulta piu’ insidiose, non tanto perche’ la pubblicita’ occulta e’ quasi onnipresente, ma perche’ si fa pubblicita’ travestendo la pubblicita’ stessa da notizia. Quanto la tendenza abbia disabituato il lettore a cercare la verita’ nelle notizie, non sta a me scriverlo. E nemmeno sta a me decidere se questa pratica nasconda forme di pagamento “estero-su-estero”.

Ma andiamo per ordine. Di che cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di una tecnica che negli USA si chiama “Native Advertising”, il quale serve innanzitutto ad imbrogliare l’utente, ma anche a sforare limiti di legge sulla raccolta pubblicitaria, e in alcuni giornali serve anche ad evadere il fisco: se una pubblicita’ non e’ riconoscibile, il controllore governativo non riesce a sospettare che sia stata pagata, e quindi con un opportuno versamento “estero su estero” la fatturazione sfugge alle tasse.

Ovviamente non sto dicendo che tutto il Native Advertising nasca per frodare il fisco o per sforare i limiti di legge sulla raccolta pubblicitaria. Magari serve solo come alternativa alla pubblicita’ occulta. La differenza e’ semplice: nella pubblicita’ occulta il prodotto appare in una trasmissione di successo, ma non ha la pretesa di essere una notizia. Nel Native Advertisement, invece, la pubblicita’ pretende di essere una notizia. Nel caso della pubblicita’ occulta, quindi, si parla di etica aziendale. Nel caso di Native Advertisement, ad andare persa e’ l’etica giornalistica.

Il problema e’ che mentre negli USA la legge che obbliga a segnalare il contenuto “che condivide la possibilita’ di raccontare una storia” riguarda qualsiasi cosa, in Italia la distinzione e’ molto piu’ sottile, nel senso che se una cosa che succede ad apple e’ vera, da allora viene considerata una notizia, e quindi non e’ considerata un contenuto sponsorizzato.

Prendiamo un esempio:
https://www.lastampa.it/2018/02/12/tecnologia/news/apple-vende-pi-orologi-di-tutti-i-produttori-svizzeri-messi-assieme-3NeJ7C1rPRNckaduCCJiGK/pagina.html

Questo esempio calza a pennello: ovviamente non sto dicendo che sia “native advertising” ma ha alcune caratteristiche che calzano a pennello. Non dico che lo sia, dico che se qualche maligno lo dicesse, La Stampa potrebbe far fatica a difendersi.

In teoria e’ una notizia. O meglio, lo sembra.
Ma lo sembra solo fino ad un certo punto: nel senso che uno smartwatch non e’ un orologio da polso di classe. Certo, sullo smartwatch potete leggere l’ora. E per questo potete allora fare il confronto? Bene. Ma se basta un elemento funzionale in comune per scatenare il confronto, mi aspetto di vedere AppleWatch venire confrontato col numero di orologi a cucu’ venduti, col numero di bracciali di Cartier venduti, col numero di Agende Calendario vendute, col numero di telecomandi TV venduti, eccetera.

Del resto, ci sono automobili di lusso, come alcuni modelli di Bentley e Rolls Royce, che hanno quasi tutte le funzioni di uno smartwatch, se non tutte. Quasi tutti i modelli hanno integrate delle funzionalita’ analoghe se non identiche. Non vedremo, temo, paragonare le vendite di Bentley con le vendite di Apple Watch.

Del resto, laddove l’occasione richieda un Rolex, difficilmente troverete uno smartwatch. Ma non e’ questo il punto: quell’articolo riporta una non-notizia. I competitor di Apple Watch esistono, ma sono prodotti da altre aziende, e Apple e’ solo terza nel settore (ma lo vedremo dopo).

Ed e’ questa la cosa strana di quell’articolo: tra i produttori di smartwatch, nomina SOLO Apple. Non nomina NESSUNO dei suoi concorrenti. Sebbene SEMBRI che l’articolo dica che Apple vince sulla concorrenza, esso NON parla della reale concorrenza, ma di aziende che NON producono smartwatch.
E’ come se Mc Donald’s dicesse: ho venduto piu’ panini in una settimana di quanti Apple iPhone siano venduti in tre anni. Il paragone sembra indicare che Mc Donald’s stia stravincendo, ma ha il piccolo difetto di NON paragonare Mc Donald’s con altre catene di panini. Cioe’ coi diretti concorrenti.
Samsung viene citata alla fine, ma il numero di Samsung venduti non viene paragonato a quello degli orologi svizzeri. Alla fine dell’articolo Samsung viene citata come il perdente, ma non si dice con quali numeri, ne’ si citano le due aziende che vendono piu’ di Apple.

Immaginate per un attimo che quello sia “Native Advertising” e mettetevi nei panni di chi paga: se io sono, diciamo, Apple, e pago per avere un articolo che parli di me, non voglio che parli anche Xiaomi o fitBit, per esempio: non si deve menzionare prodotti concorrenti. Ma sono disposto a tollerare che per esigenze “giornalistiche” siano citate delle aziende non-concorrenti, o concorrenti perdenti: ma non piu’ di uno, perche’ non voglio pagare per sembrare uno dei tanti. (ma sui “tanti ” tornero’ sotto)

Il primo sintomo di Native Advertising e’ che l’articolo SEMBRA una notizia, ma oltre allo sponsor nascosto NON fa paragoni SENSATI con i veri competitor di mercato.

Un altro punto del native advertising e’ che i non-concorrenti citati non temono davvero Apple. Dal momento che Rolex e Swatch non fanno smart watch, alla fine tutto si riduce a questo inutile pippone:

https://i.imgur.com/xTfZsjV.png

In pratica, vi stanno dicendo: stiamo paragonando cose che non ha senso paragonare, OMETTIAMO di fare confronti con la concorrenza, e vi diciamo che ad Apple sono bastati quattro anni per superare nelle vendite un’industria centenaria. Interessante: perche’ non dire allora che con 8 milioni di copie, Apple ha superato anche il Prosciutto di Norcia DOC? Pur con tutti i distinguo del caso, il dato rimane rilevante: Apple ha superato in quattro anni un marchio rinomatissimo dell’agroalimentare di qualita’.

E la schiuma non finisce qui: anche quando andiamo a cercare il numero “8 milioni” , scopriamo che non e’ fornito da Apple, ma:

https://i.imgur.com/Q3xXUU4.png

In pratica, non c’e’ nemmeno la notizia. Apple non ha mai detto di aver venduto 8 milioni di Smart Watch, ma ha detto cose che ALTRI hanno interpretato come “8 milioni” , facendo una cosa che si chiama “estrapolazione”, ovvero calcolando un numero al di fuori del campo nel quale si hanno dati certi.

Questa si chiama “schiuma”: un sacco di parole che riempiono una pagina, e che come la schiuma non contengono praticamente nulla. L’articolo parte facendo sembrare che Apple abbia vinto chissa’ quale competizione, ma:
  1. Specifica che non si tratta di prodotti in competizione con Apple Watch.
  2. Specifica che i numeri non sono di Apple, che peraltro non diffonde numeri ufficiali a riguardo.
Ma il problema e’ che il numero otto milioni viene sparato senza dargli un contesto. Otto milioni sono tanti? Sono pochi? Quanti sono, TUTTI gli smart watch venduti nel mondo? Andiamo a vedere cosa dice proprio uno degli “estrapolatori” citati dall’articolo.

Secondo IDC Worldwide Quarterly Wearable Device Tracker,(citato nell’articolo) ecco le cifre.

https://www.idc.com/getdoc.jsp?containerId=prUS42342317

https://i.imgur.com/4gckTZZ.png

Sono un bel pochino: a fine 2016, erano 102 MILIONI.

Altra caratteristica tipica del Native Advertisement: non fornire mai un sistema di riferimento o un contesto che potrebbero aiutare il lettore a capire le proporzioni in gioco.

Ma andiamo avanti con un’altra caratteristica tipica del Native Advertisement: il cherry-picking.

Stranamente, Fitbit di Smart Watch ne vende molti di piu’. Vedete apparire FitBit sull’articolo della stampa? vedete comparire Xiaomi? No, solo orologi svizzeri Ora, qualcuno potra’ obiettare circa il fatto che Fit Bit faccia prodotti molti diversi (non xiaomi, pero’), ma siccome l’articolo fa il paragone con gli orologi svizzeri Rolex, l’obiezione e’ respinta. Quindi, andiamo avanti.

Un altro punto che consente di sgamare il Native Advertising e’ che il dato non viene MAI contestualizzato, e non vengono MAI forniti link agli studi. Significa che si, IDC viene citata tra le fonti dell’articolo, ma non viene fornito il link che consente di paragonare le vendite: Apple e’ terza.

E qui arriviamo al quasi-falso:

https://i.imgur.com/X9GRhsE.png

Ora, se guardate bene la tabella di cui sopra, scoprite che Samsung non e’ per niente l’unico contendente, perche’ ne esistono altri due (Fitbit e Xiaomi) che battono Apple in vendite. (Quindi, battono anche gli orologi svizzeri e il numero di prosciutti di Norcia, visto che vi piacciono i paragoni ad minchiam)

Tra l’altro, nel 2016 apple era in diminuzione rispetto all’anno precedente. E se consideriamo che stiamo parlando di 8 milioni nel 2017, faccio notare che nel 2016 erano 10.7. A me non sembra una crescita.

Certo, se noi “think different” allora passare da 10.7 milioni ad 8 milioni e’ una crescita. E una vittoria. Dipende da quanto “think different” siete disposti a fare.

Si, maaaa…. quanto buoni sono i dati di IDC? Prendiamo quelli del 2017 da qui:

https://www.idc.com/getdoc.jsp?containerId=prUS43260217

https://i.imgur.com/2FV88Bu.png

E il mercato come va?

https://i.imgur.com/BFRURa2.png

Questo e’ il punto. Apple rimane terza, e onestamente se interpreto bene i colori la sua quota di mercato cede, mentre quella che cresce e’ Huawei (che l’articolo non menziona).

Insomma, per arrivare agli 8 milioni, e a dire che si e’ cresciuti rispetto all’anno prima, si e’ dovuto fare molto “cherry picking”, cioe’ scegliere solo i dati che fanno comodo e tralasciare gli altri:

Ultima caratteristica del Native Advertising e’ quello del cherry-picking: rispetto ai dati citati, si scelgono sempre e solo quelli che fanno comodo a chi paga l’articolo.

Ripeto: non so se l’articolo in questione sia Native Advertisement. Magari il giornalista e’ solo un fan sfegatato di Apple. Ma se qualche maligno accusasse La Stampa di aver fatto Native Advertisement, sarebbe difficile per La Stampa difendersi. In definitiva, non dico che quell’articolo SIA Native Advertisement, ma lo uso come esempio perche’ e’ indistinguibile dal Native Advertisement.
 
Riassumendo, quando vedete:
  • Prodotti paragonati a non-concorrenti.
  • Un solo marchio vincente in un articolo.
  • Cherrypicking dei dati o dei concorrenti.
  • Mancanza di contesto globale.

potete ragionevolmente pensare che l’articolo sia indistinguibile dal Native Advertisement. Quanto sia una fake news a pagamento, spetta a voi deciderlo.

venerdì 12 gennaio 2018

Per dieci anni un virus per Mac ha fatto danni

Credit: Patrick Wardle.
Citazioni dall'articolo di oggi di Attivissimo:

Phillip Durachinsky, un ventottenne residente in Ohio, è stato incriminato come autore di un malware per Mac che ha usato per oltre un decennio per spiare migliaia di vittime. Ha iniziato a farlo quando aveva quattordici anni.

(...)

...Ma il ricercatore di sicurezza che ha snidato Durachinsky non ha parole tenere per Apple, che a suo dire era “concentrata anche sulla prospettiva di un’attenzione mediatica negativa”, rivelando “un esempio sorprendente di quali siano le priorità di Apple... Non è colpa di Apple se questo malware è entrato in tutti questi Mac... è imperativo che gli utenti Mac comuni siano consapevoli che esistono questi hacker malati e perversi che prendono di mira le loro famiglie, ma abbiamo Apple che spinge continuamente questa propaganda di marketing che dice che i Mac sono incredibilmente sicuri. Ma l’effetto collaterale è che gli utenti Mac diventano ingenui o eccessivamente fiduciosi”.

Morale della storia: i “virus” per Mac esistono e chiunque può esserne bersaglio. Meglio non credere troppo alle parole del marketing e attrezzarsi con un po’ di sana diffidenza e con un buon antivirus. Anche su Mac.

sabato 30 dicembre 2017

Apple: obsolescenza programmabile


Il 2017 verrà ricordato come il leggendario anno in cui si finalmente scoprì come mai ad ogni rilascio di nuovi iGadgets venivano rallentati tutti i modelli precedenti in circolazione da meno di 12 mesi.

Spiegazione ufficiale, tecnicamente ineccepibile:
  • la batteria, già durante il suo periodo di garanzia, ad un certo punto non ce la fa a sopportare i carichi di lavoro intensi come quando era nuova (con risultato di spegnimenti improvvisi);
  • perciò iOS avvia segretamente il "throttling" del processore per ridurgli la velocità e relativi picchi di consumo.
Spiegazione vera che i fanboi e la Apple stessa non vogliono darvi:

  • c'è un problema software: iOS spreca troppe risorse perché è una grande ciofeca (ed anche perché vi spia)
  • c'è un problema hardware: la batteria montata di serie invecchia troppo rapidamente (toh, chi l'avrebbe mai detto? designed in California, ma assembled in China...)
Risultato pratico per cui la Apple si merita una gigantesca class action:
  • il "throttling" risolve il problema degli improvvisi spegnimenti ma costituisce un caso di obsolescenza programmabile (la Apple in qualsiasi momento ti può castrare il tuo iGadget da remoto, senza il tuo consenso, e senza nemmeno avvisarti, e lo sta facendo da anni e anni, come se fosse la vera proprietaria degli iGadget che tu hai comprato e profumatamente pagato).
Foto sopra: esempio di design imbecille di Apple. Si tratta di un Apple Store di Chicago, dove il tetto in pendenza lascia cadere ghiaccio e neve sui passanti perché quel cretino del designer non aveva previsto grondaie e scoli. Per la serie: "non importa che funzioni, basta che sembri brilluccicante e abbia un prezzo da far paura". Venghino siori fanbois, venghino!

sabato 2 dicembre 2017

Apple managers: «checcevò? eccheccevò?»

Apple EPIC FAIL (ci risiamo!):

la patch per correggere la mostruosa vulnerabilità Apple "root senza password" viene annullata dal normale aggiornamento di sistema Apple. (Articolo su Wired)

In gergo informatico si chiama "regression": cioè un errore software che era stato corretto... regredisce di nuovo allo stato sbagliato, per cui occorrerà (rapidamente, velocemente, tempestivamente) un nuovo aggiornamento dell'aggiornamento.

Per la serie: "presto, presto! a che punto siamo? veloci, qua bisogna rilasciare, mandare in esercizio! presto, presto, presto! dopotutto, checcevò?"

Immagino che il povero consulente esterno ventenne, l'ultima ruota del carro a cui tutta la gerarchia nobiliare di manager ed engineers Apple ha scaricato il problema, e responsabile della svista, sia stato già licenziato dopo la solita escalation di scaricabarile aziendali.
Infatti, quando c'è un problema da risolvere, ogni livello gerarchico aziendale lo scarica sul livello inferiore e un minuto dopo comincia a martellare ossessivamente: "allora, è pronto? a che punto siamo? quando lo rilasciate in esercizio? è una cosa facile e ancora non l'avete completata? checcevò? presto, presto! muovetevi! entro domattina alle nove voglio vedere tutto a posto!"...
...finché, scendendo di livello in livello, si arriva all'ultima ruota del carro Apple, lo sbarbatello giovanottino stagista con qualche vaga e confusa conoscenza di Python e Java, autorizzato e obbligato in fretta e furia a mettere le mani su codice delicatissimo e squinternatissimo (spaghetti-like programming), tanto è una modifica veloce (checcevò? eccheccevò?), poco importa che "impatterà" sulla sicurezza di centinaia di milioni di clienti nel mondo.